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martedì 21 ottobre 2008

La crisi passa anche dalla piazza: l'autunno caldo di Palermo


Palermo- La cittadella universitaria è partita per la città a manifestare il proprio dissenso verso la triste legge 133 per il taglio della ricerca, la fine dell'università pubblica e la fine di una grande stagione di istruzione pubblica. Un taglio pronto a cancellare almeno mezzo secolo di conquiste, quando ancora si credeva che le università, pubbliche e accessibili per tutti, fossero luoghi di crescita per il paese in grado di rendere competitiva la società italiane con le altre. Non solo i giovani di oggi, ma anche e soprattutto i giovani di ieri,
quelli che erano rimasti fuori dalle università venti e trent'anni fa, quelli che ora entrano all'università con i loro figli per cercare di fare carriera dopo una vita di lavoro protestano in piazza. Un fenomeno che investe l'intera società in cui viviamo sembra essere il primo passo verso quello che è già stata una mossa usata in passato. Qualsiasi sistema antidemocratico è quello di distruggere il dissenso dando la cultura e la conoscenza solo alle classi più abbienti. Sono i giovani di tutte le generazioni, quelle vecchie e nuove, che pagano e continueranno a pagare un atto deleterio nei confronti del nostro presente e di un futuro, mai come ora, incerto e nebuloso. L'intero decreto legge potete leggerlo qui per intero. Scorrendolo, noterete come il pacchetto legge è molto vario e composito, in quanto si da attuazione del decreto legge 112 approvato già a giugno e vi sono inserite diverse voci per il contenimento della spesa pubblica, la sistemazione dei fondi per l'Expo del 2015 a Milano e tante altre "misure urgenti" inserite alla rinfusa e approvati in Parlamento senza che opposizione o altri parlamentari abbiano
fatto notare quali effetti aberranti avrebbero generato: scuole ghetto dove gli immigrati sono stipati come capre in attesa di un'integrazione impossibile, dato che solo lo stretto contatto con altri bambini italiani e delle loro famiglie può dare integrazione; aule strapiene dove anche l'insegnate più preparato e sottopagato del mondo perde metà del suo tempo per mantenere l'ordine in una classe di 35 alunni; una società dove chi nasce povero non può sperare di migliorare la propria condizione sociale perché le università saranno fondazioni private dai costi proibitivi. La crisi attuale non si ferma ai mercati, alla finanza o all'economia bloccata. I consumatori sono persone, persone organizzate in una società che viaggia verso lo sfascio. Le università sono in subbuglio in tutta Italia, presto arriveranno le proteste degli altri comparti di lavoratori paralizzati dalla crisi economica. La situazione che si prospetta è dura. I palazzi del potere, anzi il palazzo dell'Ars (Assemblea Regionale Siciliana) è sempre vuoto mentre si cerca di risparmiare nel comparto sanità, quel settore pubblico definito proprio ieri da Ottaviano del Turco la più grande voragine di risorse pubbliche e corruzione esistente. Il quadro è a tinte forti, stiamo a vedere quale opera d'arte riusciremo a tirare fuori.

Macchia 1986

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