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lunedì 19 novembre 2007

L'ultimo colpo di coda del Cavaliere

Quando i palazzi della politica tremavano per l'ondata di malcontento scatenata da Beppe Grillo, tutti si chiedevano: dove è finito? L'antipolitico per eccellenza, l'uomo che ha scatenato il processo degenerativo della politica italiana era avvolto in un assordante silenzio mediatico. Stava forse architettando qualcosa? Una soluzione estrema per legittimare il potere datogli dai sondaggi che lo ergono a presidente del consiglio in pectore? A ottobre la scoperta da parte dei suoi più acerrimi nemici: il passaggio di alcuni senatori eletti nell'Ulivo nella sezione esteri a Forza Italia. Al ritorno da una visita di cortesia a Putin la soffiata assume la consistenza di notizia, qualche senatore parla e dice di aver rifiutato la proposta. Sfogliando libri di giurisprudenza e di storia quell'operazione messa in atto da Berlusconi prende nomi molto sgradevoli: corruzione, voto di scambio, compravendita di voti. Berlusconi torna prepotentemente in campo annunciando - ma soprattutto facendo annunciare - giornalmente la spallata al governo Prodi. L'occasione si presenta al Senato ma la spallata non riesce, anzi la beffa è ancora più cocente perché ottenuta senza ricorrere al sotterfugio del voto di fiducia al governo. Dal suo schieramento i mugugni e le lamentele si alzano e si manifestano nel suo alleato più forte, AN. Si riconosce a Berlusconi un modo di fare troppo arrogante e ripetitivo, fatto più di spinte emotive che di serietà politica. Basti pensare come Cicchitto, rappresentante di Forza Italia al congresso di AN sia stato subbissato di fischi. Quest'ultimo atto del Cavaliere, da molti definito "a sorpresa", porta con sé molti più pericoli di quanti lo stesso Veltroni non dica: mentre la costruzione del Partito Democratico ha previsto mesi di discussioni nei vertici politici e nella base elettorale, portando a durissimi scontri, scelte sofferte, ma soprattutto piena consapevolezza e responsabilità delle proprie azioni, Berlusconi nel giro di una settimana sceglie di cambiare nome a Forza Italia trascinando i suoi elettori in una confusionaria sbornia di piazza che li autoconvince della dovuta eleggibilità a presidente del consiglio del loro campione. Nessuno dei suoi elettori e nemmeno Silvio si è accorto di aver perso una competizione democratica, ma quel che è peggio è che nessuno a Forza Italia sa perdere una competizione democratica. Una testimonianza della confusa azione di Berlusconi è il nuovo nome di Forza Italia, che dovrebbe diventare Partito delle Libertà o Popolo delle Libertà. Uno schieramento che nominalmente richiama il PPI inventato da Sturzo, ma che ricorda molto da vicino i partiti populisti del Sud america. Un'accozzaglia che di politico ha ben poco e strizza l'occhio all'idea del Grande Centro cercata dalla costellazione di partitini di centro, i liberisti, i vetero-fascisti abbagliati dall'idea di un condottiero di libertà in nome del popolo italiano, parte del pubblico abituale di Mediaset e quei socialisti di destra che esistono solo in Italia. Alcune dichiarazioni sembrano uscite da alcuni libri di barzellette degli anni '50: il mio partito lavorerà contro i parrucconi della politica. Una dichiarazione che a ben guardare, è in linea con la sua idea di partenza: Berlusconi non è un politico, non lo è mai stato, si è sempre presentato come un ricco dirigente che scende in campo per difendere gli interessi - suoi e - del suo paese. I suoi elettori lo ammirano e lo eleggono due volte Presidente del Consiglio perché in lui non vedono un politico, ma un dirigente interessato ai suoi dipendenti. L'idea di azienda si sparge a macchia d'olio nella pubblica istruzione - dove il preside è tutt'ora il dirigente scolastico - fino alla cosidetta "azienda Italia", dove non esiste lo Stato, esiste un'azienda di cui lui è il direttore e Scalfaro prima, Ciampi dopo, sono solo i presidenti nominali. Ciò che conta è tenere al sicuro l'azienda, cacciare gli indesiderati (gli immigrati) e zittire gli agitatori che bloccano i lavori (i magistrati rossi, i politici rossi, i manifestanti rossi, i giornalisti rossi ed i garanti delle comunicazioni rossi). In appena tredici anni è riuscito a farci credere nell'esistenza di una rete di comunisti in grado di bloccare e sabotare il paese. Una sorta di allucinazione collettiva che non ha riscontri fisici: il comunismo non esiste più, il socialismo massimalista è sparito ancora prima del muro di Berlino e gli attuali partiti che si definiscono comunisti sono gli eredi del PCI di Berlinguer, lontani anni luce da Togliatti o Filippo Turati. I no-global agli occhi del Cavaliere sono sovrapposti ai black block fatti volutamente entrare dalle frontiere italiane. In questo quadro la figura di Berlusconi e del suo partito mette ansia, non al governo Prodi o all'elettorato di sinistra, bensì all'integrità democratico dello Stato italiano.



Macchia 1986

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